Leggo stamane sul Foglio un interessantissimo articolo di Paola Peduzzi che parla della reputazione di Zelensky. Sottovalutato prima da Putin – e fu un bene – ed oggi, – ed è un gran male – da una buona fetta di opinione pubblica occidentale. “Questa settimana – scrive la Peduzzi – il Washington Post ha visionato più di cento documenti redatti da un’intelligence europea che dimostrano che il Cremlino ha “ordinato a un gruppo di strateghi politici di utilizzare i social media e le fake news per spingere il tema ‘Zelensky è isterico e debole, ha paura di essere messo ai margini e quindi fa fuori i personaggi più pericolosi’”, in particolare il popolare generale Valeri Zaluzhny. Il risultato sono “migliaia di post e centinaia di articoli con notizie false creati dalle fabbriche di troll e circolati in Ucraina e in Europa”, con lo scopo “di destabilizzare la società ucraina”. Tutto ciò è davvero illuminante e si ricollega molto bene con il brillante dossier scritto da Ander Bruckestand su InOltre qualche giorno fa. Il combinato disposto di quello che finisce sui social e l’apparente voluttà con cui molti organi d’informazione riportano queste notizie dimostra che, dal punto di vista della Comunicazione, la guerra ibrida russa sembra funzionare molto bene. Meglio della guerra sul campo. E qui mi si permetta di osservare che la guerra ibrida è combattuta nel mollo Occidente mentre quella sul campo con i tosti ucraini e la differenza si vede. La morale è che, senza ancora voler fare dei dietrologismi (li faremo a tempo debito), l’informazione in Occidente è fortemente inquinata dall’abilità russa nell’utilizzo della disinformazione. È d’altronde la Dezinformatsiya è un’invenzione sovietica. Teniamone sempre conto.









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